Fratelli Calafuria
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MUSICA E DISCHI
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Schegge: Ruvidi, diretti e aggressivi quanto basta, i Fratelli Calafuria suffragano la loro entrata nel giro della musica che conta con un album senza titolo (Massive Arts MAI 300) dal sound accattivante e sincero come la bugia di un bambino. Prodotto da Ivo Grasso e Bicio Grenghi, l’esordio discografico del power punk trio meneghino ha tutte le carte per trasformare il vecchio e demodé stivale italico in un paio di fiammanti e comode sneakers adatte a scalare i muri della metropoli e le vette della classifica. Andrea Volonté, frontman di assoluta personalità dotato di una voce intonata e graffiante che smentisce molte dicerie sulle scarse doti canore dei punkster, trascina i compagni in un assalto sonoro che nulla ha da invidiare allo storico e gettonato “wall of sound” di Phil Spector. Il singolo Non so perché – accompagnato da un improbabile video ambientato in una trasmissione televisiva di liscio – Di getto e Le cicatrici posseggono la carica rivoluzionaria dei migliori prodotti Rough Trade. Dodici canzoni/singoli in bilico tra Jimmy Eat the World e Elio e Le Storie Tese per una delle rivelazioni del 2008. (Matteo Ceschi)

FUORI DAL MUCCHIO
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Per inquadrare l’attitudine dei Fratelli Calafuria basta forse il sottotitolo di questo omonimo esordio: “Del fregarsene di tutto e del non fregarsene di niente”. Di certo ben chiarisce l’attitudine di questo power-trio capace di far parlare di se senza compromettersi in nulla. La prova più eclatante? Fiorello e Baldini che trasmettono “Non so perché” in quella bolgia che è “Viva Radio2”. Ed è proprio come dice Fiore: ogni tanto la voce di Andrea ricorda quella di Prince, anche se l’impianto sonoro è decisamente più fracassone rispetto a quello del folletto di Minneapolis. Rock che diventa a tratti punk ma che sa nascondere molta melodia tra le distorsioni, il tutto punteggiato da testi semplicemente intelligenti, o intelligentemente semplici se preferite. Le registrazioni, curate – così come le incombenze distributive – nei milanesi Massive Arts studios da Ivo Grasso e Bicio Grenghi, sono tutte improntate a restituire l’energia che questa band sa trasmettere live, e la mancanza di orpelli produttivi rende quest’opera ancora più godibile. Per una maggiore popolarità manca solo il singolo giusto, e noi affianchiamo alla candidata designata “Non so Perché” anche l’iniziale “La nobile arte”, ovvero un’ode all’ozio più radicale, ma anche la destabilizzante “(Uachi) La merendina” con i suoi echi crossover. Simpatici, divertenti ed ironici al punto giusto; e poi con un nome del genere non corrono certo il rischio di passare inosservati. (Giorgio Sala)

ROCKIT
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"Ci vuole stile per andare in manicomio yeah".
E finalmente l'album dei Fratelli Calafuria, che, diciamolo subito, non scioglie il mistero: quale? Quello per cui non riesco a spiegarvi perchè mi piacciono. "Non so perchè, uo uo": in teoria fanno un genere che non mi garba affatto, ovvero un rock dalle venature hard che non disdegna geometrie crossover, insomma roba appetibile per qualche reduce ben barricato in un bunker dagli Anni Novanta. Ma, questo trio di fratellini, riesce a riscrivere con un inaspettato e convincente approccio light la materia di cui sopra: e sarà il non sense dei testi lasciati a metà del cantante e chitarrista Andrea ("Il coraggio si misura in pollici. Il vero coraggioso si mette i pollici in culo"), sarà la capacità di piegare l'urto di un suono così quadrato in arrangiamenti giocosi e decisamente a presa rapida (chiedete al Rosario nazionale), sarà il loro "suono" registrato in maniera impetuosa e inarrestabile (non sto esagerando, e per una volta "la colpa" è del fonico), sarà quel che sarà "Forse è meglio non pensare a niente. E diventare cresico memè". Visti dal vivo i Calafuria confermano questa schizofrenia inafferrabile, che mette sullo stesso piatto strozzature funky, grassissimi riff per lottare per il proprio diritto a far festa, tambureggianti accellerazioni, falsetti sbilenchi che "non si capisce niente di quello che dicono" e tanta, tanta, tantissima divertente autoironia (involontaria? Finemente cesellata? Boh... ): un album che piacerà ai giovanissimi (per la sua assurda estetica), che farà innamorare gli omaccioni con le borchie (che si faranno incantare dalle potenti trame sonore) e che lascerà i più arguti tra di voi con un coloratissimo punto interrogativo tra le mani (che da qualunque angolazione lo guardi non si capisce perchè continui a guardarlo, forse "Perchè la gente ha paura della verità? Perchè la gente ha paura delle cose a colori?"). E se da un lato mi sento in colpa a riscoprirmi adolescente a trent'anni suonati canticchiando il ritornello di "Di getto", dall'altro "Io me ne frego e faccio. Io me ne frego e faccio. Io me ne frego e faccio eh oh eh oh". (16-04-2008) di Mario Panzeri

IN YOUR EYES
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La domanda mi tuonava nella mi testa vuota, chi erano costoro ? Nessuna risposta mi soccorse. Allora via con il cd. Quivi la folgorazione. Sfrontati, deliranti, matematici, incalzanti, milanesi, e altre parole mi sovvenivano all'ascolto dei tre. Dodici brani schizofrenici di hard pop, non totalmente commerciabili, a volte con testi indigesti alla comprensione, ma molto brillanti. I Fratelli Calafuria sono un spia accesa nel vostro stereo, non se si può fare a meno di sottrarsi al compiacimento durante l'ascolto, di adorare i giochi lirici. Il gioco. Questo è l'obbiettivo, il punto di partenza dei Fratelli, un gioco sonoro e lirico, isterico e nevrotico, proprio come noi. Non c'è nulla di tranchant, di netto in questa realtà, tutto potrebbe essere un ologramma di un altro ologramma, e allora ci si aggrappa alle piccole certezze materiali, pillole, acquisti e altro, in un turbinio senza fine di vuoto materialismo. Figli del nostro tempo o semplicemente bravi figli di buona donna, comunque sia una delle cose migliori uscite in questo inizio d'anno in Italia. (Massimo Argo)

SONICBANDS/NEGATRON
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Si sono già fatti notare per la rotazione del videoclip di "Di Getto" i Fratelli Calafuria. Fratelli per ragione sociale, ma non biologicamente, il trio milanese esordisce per Massive Arts records e ci propone dodici composizioni rock con spunti punk, pop e noise. L'ascolto complessivo di "Senza Titolo - Del Fregarsene Di Tutto e Del Non Fregarsene Di Niente" risulta parecchio divertente, vuoi per il piglio fresco e divertito di brani schizofrenici ma molto concreti, vuoi per la voce che mostra personalità nell'interpretazione di testi allucinati. Il suono del disco riflette molto quello degli anni '90, ma i Fratelli Calafuria dimostrano di avere diversi ascolti alle spalle, sentori di Shellac, Xtc, Faith No More ed Helmet vanno a mischiarsi con un cantato in italiano vario ed esplosivo. Ottima la produzione che mette in risalto i bei suoni di una chitarra che produce riff noise, sostenuti da una sezione ritmica molto quadrata. L'album è originale senza essere trascendentale, ed esalta il ritmo di pezzi dalle strutture non scontate e la buona personalità della voce. Si parte con le belle "La Nobile Arte" e la già citata "Di Getto", canzone dotata di ottimo riff, testo surreale e gran tiro nel ritornello. Altre ottime composizioni sono "Calodis e Rotonina", il nuovo singolo "Non So Perchè" e "Riccardo". In generale nessun brano dispiace, ma i cinque citati li ritengo una spanna sopra al resto della tracklist. Un approccio "ludico" alla musica, come gli stessi Fratelli Calafuria amano definire le loro sonorità, un esordio con tanto ritmo, intelligente, pazzo, che lascia il segno ed è divertente da ascoltare. Fabio Igor Tosi.

ROCKLINE
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Stupisce sapere che questo sia il primo album dei Fratelli Calafuria, trio milanese attivo da diversi anni nel circuito underground italiano, che dopo aver collezionato una lunga serie di date live ed aver sfornato due pubblicazioni autoprodotte, giunge alla prima prova sulla lunga distanza.
Stupisce perché la maturità del loro sound condita con una personalità che emerge sgomitando da ogni ritornello, si incastra tanto perfettamente ed inaspettatamente con un rock post-punk al vetriolo pregno di luccicanti melodie pop da lasciare perplessi riguardo alla straordinaria facilità ed efficacia con cui questo avviene.
Chitarre ingrossate da distorsioni “americane” sono perennemente in primo piano costruendo melodie originali ma non eccessivamente bizzarre, concedendo spiragli generosi alle più svariate influenze che vanno dal post-hardcore al funky danzereccio passando per luccicanti armonie teen pop, il tutto frullato e manipolato dalla prepotente personalità dei nostri tre, la cui ciliegina sulla torta è rappresentata dal non-sense dei testi rigorosamente in italiano, costellati di giochi di parole, storpiature, onomatopee e semplici versi.
Il contrasto che si viene a creare tra la durezza della musica suonata ed i numerosi intermezzi di tutt’altro (non)genere, crea nel complesso un prodotto di assoluto rispetto, di grande impatto strumentale e tecnico grazie all’ottima produzione e ai suoni corposi e puliti, ma anche di grande impatto emotivo, qualità che si traduce nelle valide melodie e nella convinzione con la quale vengono suonate e cantate.
La sfrontata ironia che pervade ogni singola traccia dell’album li pone a metà strada tra il gruppo da festa alcolica liceale e la band underground che cela argomenti difficili e/o ricercati dietro ad un linguaggio da bambino creativo che si mette a giocare con le parole appena imparate.
Oltretutto il non raro uso del falsetto e di modulazioni vocali da cartone animato accentuano ulteriormente un approccio alla forma canzone che sembra fare di tutto fuorché prendersi sul serio. Non bisogna tuttavia farsi ingannare dai testi parodistici e fintamente scanzonati: questa band esprime soprattutto musicalmente le proprie qualità, allontanandosi immediatamente dal genere a cui vi sembrano avvicinarsi maggiormente non appena pensate di essere finalmente riusciti ad etichettarli.
L’hard rock, il post punk, una punta di hard core e di indie pop conditi con belle melodie si ritrovano senza troppa difficoltà in ogni singolo brano, dall’attacco sincopato di La Nobile Arte che si traduce in un liberatorio ritornello alla stregua del pop-punk, passando per la frenesia schizoide che attraversa Amico Di Plastica, sporcizia garage rock che si appiccica ad una melodia che sembra non riuscire a mantenere la stessa forma per più di una manciata di secondi, per arrivare all’ossessività monoaccordo di Cresico Meme (italianizzazione e taglia/cuci finito volutamente male di Crazy Come Me) che sfocia in un tempo valzer per rigettarsi in un riff nu-metal.
Ma non è finita qui perché tutto il disco sembra tenere in serbo diverse sorprese per l’ascoltatore più paziente, come quel funky travestito da indie pop “made in U.S.A.” che sembra preso pari pari da un pezzo degli Ok Go! E che i Nostri ci schiaffano nelle orecchie in Non So Perché, prima di concedersi un ritornello che definire “radiofonico da far schifo”(in senso buono, ovviamente) sarebbe un eufemismo.Oppure quelle melodie vocali da canzone dell’oratorio suonata con chitarre elettriche sovradistorte che rendono un pezzo come Le Cicatrici un intermezzo carnevalesco che sembra stato scritto e soprattutto cantato con l’aiuto di qualche sigaretta simpatica. O ancora quel corposo college rock di Riccardo, che arriva a trasformarsi in un pezzo alla “Foo Fighters prima maniera” abbandonando per un po’ la pesantezza rancida dei precedenti brani per ossigenare il tutto con suoni più accessibili e melodie più catchy e morbide.
Insomma il ventaglio musicale proposto dai Fratelli Calafuria risulta essere molto più ampio di ciò che può apparire dopo i primi due o tre pezzi.
E questo occorre ricordarlo per l’ennesima volta perché effettivamente potrebbero essere scambiati per una versione più marcia dei sempre italiani The Styles, e sarebbe veramente un peccato perché a mio modesto parere questi ultimi vengono superati di diverse lunghezze dai Fratelli qui presenti. Non si può dire che sia una musica adatta a tutti, ma la componente melodica che annacqua leggermente le grezze chitarre e le fucilate di rullante e tamburi si fa comunque sentire, riuscendo paradossalmente ad irrobustire ed arricchire di nuove qualità le già compatte e personali composizioni della band.
Un ottimo lavoro per essere “solo” un debutto, assolutamente da ascoltare. (Filippo Morini)

TROUBLEZINE
Dopo un primo abbozzo di ascolto dell’album dei Fratelli Calafuria si può urlare o al miracolo o alla merda, io appartengo alla seconda categoria ma dato che mi hanno sempre insegnato che la verità sta nel mezzo mi sono obbligato ad ascoltarli più attentamente ed ecco cosa me ne è uscito…
I tre milanesi (che da qualche tempo Fiorello ha preso sotto la propria protezione sponsorizzandoli molto sul suo programma radiofonico) sono innanzitutto divertenti con tutti questo yeah yuhu ecc ecc che riempiono le liriche nonsense dall’inizio alla fine dell’album; dopodiché è giusto anche dire che in circolazione possono essere definiti come uno dei migliori esempi di Hard Pop del Bel Paese dato che suonano parecchio bene, l’inventiva c’è tutta, e sono abbastanza pazzi (o furbi??) per attirarsi una gran fetta di curiosità ed interesse generale.
E qui torniamo all’inizio della recensione, perché non ci vuole un genio a capire che le 12 canzoni di questo album sono tutte possibili singoli, e quindi i puritani della situazione sono più che invogliati a spegnere istantaneamente lo stereo e mandare a quel paese i tre fratellini. Poi però se gli si dà una seconda possibilità ci si accorge di quanto bene suonino e di che razza di songwriting ci sta dietro, perché non sono molte le band con una potenzialità strumentale e compositiva di questo calibro.
Le canzoni uniscono una sottospecie di noise rock ad una sottospecie di crossover in una sottospecie di risultato che troppo comodamente/erroneamente si può definire indie rock, ma che semplicemente è pop suonato duro e fatto piuttosto bene.
La voce naturalmente è l’elemento più discusso dell’intero lavoro, perchè con i falsetti, gli accenti spostati, le parole molte volte incapibili o assurde crea con la parte strumentale un legame molto particolare che subito può lasciare un po’ basiti, ma una volta abituati è facile riderci sopra e farsi coinvolgere.
Non so ancora se i Fratelli Calafuria si vogliono prendere per i fondelli oppure quelli a essere presi per il culo siamo noi, ma so solo che qualunque cosa intendano fare sta dando i suoi frutti.

BABYLON MAGAZINE
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Un "Senza Titolo" kilometrico per i milanesi Fratelli Calafuria, che con il loro primo disco ufficiale se ne fregano di tutto e non se ne fregano di niente, creando un vincente rock esplosivo, aggressivo e acido misto a trash e ironia. E laddove si tratta di tal fatta intelligente ironia la sottoscritta non può fare a meno di gridare: ma bravi...bravi...bravi! Andrea, Paco e Tato si divertono a prendere per i fondelli il panorama rock italiano di nicchia, eccessivamente impostato, limato, che si prende troppo sul serio. Di fronte a cotanta seriosità i tre Fratelli giocano a creare esplosivi episodi rock, volutamente esagerati e infarciti, per dissacrare, rompere gli schemi, infrangere le regole. Del resto aprono il disco cantando "ci vuole stile per andare in manicomio yeah!" e di certo ai Calafuria lo stile non manca, sono cool, hanno il tiro giusto, ma, più che il manicomio, ci ispirano decisamente un "musicomio": 12 brani che vien subito voglia di ascoltare dal vivo a volumi altissimi, così come i tre musicisti milanesi sono abituati a suonare questo loro rock dalle influenze post-punk, sfumato da giochi sonori e vocali in capriole di falsetti, sgommatine glam, strisce di eh-oh, oh-eh, uou, yeah! Come spruzzi di panna e crema sovrabbondanti su una torta scenografica, senza coprirne l'ottimo sapore. Il bello dei Calafuria è che riescono a creare questa dinamite semplicemente dalla classica formazione minimale di basso, batteria, chitarra e voce, e non esasperano gli arrangiamenti per horror vacui o inesperienza, bensì per scelta, per far storcere il naso alle raffinerie del rock e alle major. Un gioco divertentissimo, per chi lo prova e per chi lo conduce, in cui le pedine migliori ci sembrano il trittico iniziale costituito da "La Nobile Arte", "Di Getto" e "Tiepido", e poi "Cresico Memè" e "Signora Non Insista". Due ultime note: La voce di Andrea Volontè, bella ed espressiva senza mai bisogno di lime o forzature; la partecipazione di Tato all'ultimo disco del mitico Pino Scotto, "Datevi Fuoco". Buon divertimento! (Graziella Ferrise)

MELTINPOTONWEB
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Bravi. Questi Fratelli Calafuria si divertono e ci fanno divertire: utilizzano la triade magica chitarra/basso/batteria, testi nonsense e pongono sullo sfondo la Milano underground di oggi. Non abbiamo esempi più significativi, qui in Italia, di quella scena che in Inghilterra ha preso il nome di “Indie Rock”: sono originali, bravi nelle esecuzioni e fondono con cura il rock degli anni sessanta-settanta con una voce glam. Un mix non da tutti: i riff del garage rock, i testi del trash italiano, l’attitudine del punk e delle svisate acide. L’iniziale “La Nobile Arte” già segna il sentiero del folle percorso dei Fratelli Calafuria: luci ed ombre, pop e hard rock. Altri ottimi momenti sono “Di Getto” con il suo riff oscuro ed il suo modo di procedere sofferto, la coda strumentale di “Tiepido”, la fusion twang-pop (con un cantato sulla falsariga di Prince) di “Non So Perché”, l’urgenza di “(Uachi) La Merendina” sulle aziende di marketing e la significativa “Signora Non Insista”, storia di una telefonata tra una signora qualsiasi e un arrogante segretario di un ufficio contabile. Originali e tesi, possono migliorare ancora tanto. Per il momento li ascolteremo sempre con molto piacere, canticchiando: «La nobile arte di non fare un “zocca” da mattina a sera». Ci piacciono. (Edoardo Iervolino)

ULTRASONICA
www.ultrasonica.it
voto: 4.5/5
Sono in tre: Andrea Volontè _ chitarra/ Paco Vercelloni _ basso/ Antonio 'Tato' Vastola _ batteria. L'essenziale, nulla di più. O forse si. In più c'è carica, voglia di giocare. Giocare con le parole, con i suoni e le note e con noi, il pubblico, chi li ascolta. Sono veloci, con cadenze isteriche contornate da testi surreali, a tratti incomprensibili ma forse il gioco sta anche in questo. Immagino un universo di colori mentre ascolto quest'album, colori mischiati al ritmo di sonorità che in Italia non si sentono spessissimo. Non c'è un genere dove poter collocare i Fratelli, passano dall'alternative rock al britpop al punk. 'Le decisioni nella vita vanno prese di getto...' Così inizia 'Di Getto', secondo pezzo. Che sia lo spirito con cui è stato fatto l'intero album?

BEATMAG
www.beatmag.it
Eh si, è una Nobile Arte... quella di aver un suono solido ed inquadrato pur essendo solo un trio. Ci riescono i Muse, ci riescono i Police e ci riescono anche loro, i 'fratelli', trio milanese che con questo primo disco propongono un rock ruvido, graffiante e noisy con chitarre incazzate! Voto: 8

LOUDVISION
www.loudvision.it
Bisogna dare atto ai Fratelli Calafuria che il loro esordio spiazza non poco, ed è cosa abbastanza rara se si fa riferimento a un ambito para-mainstream che è toccato solo raramente da intenti sperimentali. Quest'ambito il trio milanese lo vuole scassinare col piede di porco, rivolgendo nel contempo un simpatico dito medio alla seriosità delle nicchie "pesanti". E l'intrusione si può dire riuscita, visto che la band ha già goduto dell'airplay all'interno della trasmissione radiofonica più amata dagli italiani.
Merita un plauso il tentativo di far assaggiare al grande pubblico un suono rock nervoso e metallizzato grazie a un'abbondante glassa costituita da melodie vocali di stampo pop e da testi intelligentemente ironici; potrebbe essere più arduo il tentativo di "rubare voti a sinistra", visto che gli ascoltatori delle nicchie sopra citate sono in possesso di tutti gli strumenti atti a smontare la proposta dei Fratelli Calafuria.
Musicalmente strizzano l'occhio ai Queens Of The Stone Age, si concedono appesantimenti post-thrash, flirtano con il punk-funk di oggi e di ieri; le storielle nonsense (che a volte rasentano la genialità, come in "Amico Di Plastica" o "Le Cicatrici") sono espresse attraverso un lessico che trova precedenti tanto nei Uochi Toki quanto negli Amari. Ma i veri punti di riferimento, i creatori di un modello che i nostri reinterpretano, sono i Faith No More e quel burlone di Mike Patton. Con la differenza che lui non ha mai avuto bisogno di dire esplicitamente in ogni brano "Guardatemi, sono matto". Ed è questo ciò che fa il dotato cantante Andrea Volontè ogniqualvolta gli si presenta l'occasione, in modo abbastanza irritante.
Forse dovremmo reagire dicendo "Wow, paiura", ma non abbocchiamo. Nonostante questi dettagli il disco cresce con gli ascolti, è intelligente più che folle, diverte ed è a suo modo necessario; visto che si tratta di un esordio, poi, gli si può tranquillamente accordare un giudizio arrotondato per eccesso. Nella prossima merendina vorremmo più follia e meno cioccolato, se possibile.
24/04/2008 Andrea Scarpa

STAYPUNK
www.staypunk.it
La prima sensazione che scatena l'ascolto dell'album dei Fratelli Calafuria, è quel brivido orrendo di chi ha appena ascoltato il tormentone che lo perseguiterà per tutta l'estate, riconoscendolo prima che ne esploda il successo. E' qualcosa di cui puoi elencare i contro, ma non puoi non riconoscerne le tremende capacità commerciali. Nel caso di questo full-lenght è proprio così: hai la chiara percezione del fatto che, se questo CD fosse finanziato e spinto in grembo a Mamma MTV, non ti libereresti più di sedicenni impegnati a canticchiare gli "uo uo" e gli "yeah" che abbondano nei testi disimpegnati dei brani di questo Power-Trio. Perché il Trio suona duro: musicalmente la musica dei Fratelli è un ineccepibile quanto personale alternanza di spunti cross-over e vaghe reminescenze noise rock supportate da un suono compatto e convincente (i complimenti vanno alla Massive Arts che ne ha curato la produzione). In più apprezzo in prima persona l'approccio "ludico" alla musica; su cotanto accompagnamento sonoro dall'alto peso specifico, i testi sono leggeri e spensierati, livello quinta elementare, solo con il 90% dei sopraccitati "uo uo" e "yeah" in più. E sono proprio questi, insieme alla voce melodica che spesso e volentieri si lascia andare a falsetti che farebbero contento l'Hobbit dei Negramaro, a non convincere, a far arricciare nasi. Tutto sembra sistemato a puntino per strizzare l'occhio, a chiunque. Radio, Televisioni Musicali, frotte di giovani che canticchiano. Tutto molto catchy, anche troppo; coretti e gridolini rischiano di far scadere l'intero prodotto nell'ignavia da teenage idols alla Vanilla Sky (vedi "Riccardo"), a discapito delle ottime potenzialità della strumentale. Nel senso: va bene giocare, ma questo è vendere il culo. L'album scorre veloce e piacevole, i migliori episodi sono probabilmente la micidiale "Non so perché", e la grottesca "L'Inesatto Perché". Se avranno le carte e le opportunità per diventare una New Sensation, lo vedremo. (intanto Fiorello ne ha abbondantemente parlato a Viva Radio2 n.d.r.)

MUSIC ON TNT
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Persistenza di sintomi relativi all’alterazione del pensiero, del comportamento e dell'emozione. Non mi riferisco a nessuna tipologia di malattia mentale, ma bensì alla salutare e divertita follia dei “Fratelli Calfuria” che con il loro disco “SENZA TITOLO -Del fregarsene di tutto e del non fregarsene di niente-”, danno alle stampe un prodotto assestato tra un corposo stoner rock e un bizzare punk.
Forse apparirà eccessivo, ma la prima volta che ho inserito il cd nello stereo, ho creduto di aver inserito l’ultima opera dei Queen of the Stone Age. Il parallelismo ardito è però da subito valutabile con l’ascolto dell’introduttiva “La nobile arte”, fulminante e trainante come nella convincente “Cresico meme” e nella bislacca ballad “Signora non insista”, che riportano alla mente la band di Josh Homme.
Il disco riesce con 12 rapide tracks a colpire nel segno, attraverso un intelligente sarcasmo che si fonde a giochi di parole e sgrammaticate pillole di vita vissuta. La narrazione è affidata alla talentuosa voce di Andrea Volontè che corre tra un’ottava e l’altra, organizzando viaggi sonori nelle semplici ma risolute partiture. Il power trio è completato dalla batteria di Antonio Vistola e Paco Vercelloni che con le sue quattro corde, da ritmo al funky punk di “Calodis e Rotonina”.
Il fil rouge è senza dubbio la ricerca del zappatiano nonsense, che caratterizza le liriche sapientemente accompagnate da una sindrome bipolar-musicale, che riesce nel suo intento di sviluppare ondeggiamenti sonori e cambi improvvisi di direzione, come nel nu punk devastante di “Amico di plastica”, ben sillabato da un ridondante riff.
Un piacevole delirio, che mai deborda nel demenziale, palesa un particolare lavoro di songwriting, fatto di accenti pazzoidi, giochi lessicali e sonorità dure, ma non troppo lontane dall’easy listening.
Per rendervene conto fate un salto sulla loro pagina di myspace oppure seguiteli live, dove, senza ombra di dubbio, riusciranno a regalare un piccolo grande show!
Loris Gualdi

SALTINARIA
www.saltinaria.it
“Senza titolo. Del fregarsene di tutto e del non fregarsene di niente” è il primo disco ufficiale dei Fratelli Calafuria, trio milanese attivo da diversi anni nell’underground nord-italico, con alle spalle due pubblicazioni autoprodotte e una serie corposa di live. L’imprevedibilità, la bizzarria e l’ironia sono i tratti principali della loro musica, che gioca al post-punk anni novanta con puntate rock e soventi e inaspettati cambi di direzione. Ritmi che non seguono precisi schemi, dove l’imprevedibile diventa prevedibile, dove l’acido si fonde col balsamo, dove il glam veste panni scuri, dove la voce diventa melange proprio lì dove non te lo aspetti. Ci vuole davvero molto coraggio nel presentare dodici brani non convenzionali. Andrea Volontè, voce chitarra e autore spiega così l’attitudine della band: “Ci piace giocare. L’approccio ludico e senza regole è l’unica via. Vogliamo ri-mandare al bel paese la seriosità che pervade sia le nicchie underground con ampli a manetta sia l’obsoleto impianto discografico major, vomitandoci sopra le nostre barzellette da settimana enigmistica. Deve essere tutto un gioco. Molto ben fatto, sia chiaro, e presentato a volumi altissimi!”. Il disco si apre con “La nobile arte”, acidissima e stilosa: “Se c’ho il fisico non ho lo stimolo. Se c’ho lo stimolo non c’ho lo stomaco… Per cui mi dedico alla nobile arte di non fare un zzoca da mattina a sera”. “Di getto”, uscita come singolo (compreso il videoclip), si basa su chitarre potenti, che poi lasciano spazio a incursioni pop con voce melange: “Adesso vado alla consolle così mi faccio il Dj”. Da attacco di panico! Cantata in italiano e in un improbabile e maccheronico francese è “Tiepido”, che lascia spazio ad “Amico di plastica”: il ritmo diventa veloce, aritmico a tratti. “Praticamente il mio cervello si è spostato di sede”. Parole sante che introducono “Calodis e Rotonina”, grumosa e depressa. Depressione da calo di serotonina. “Non so perché”, uscito come primo singolo, è uno dei pezzi da novanta dell’album. Un misto tra il glam alla Scissor Sisters e il ritmo dei The Killers. Mi sembra tutto una pazzia. Piacevolmente folle, come uno sgabello nel culo. “Cresico memè” gioca sull’omofonia. “Crazy come me” è ciò che salta all’orecchio. Dall’omofonia all’omofobia il passo è breve. L’ironica “Riccardo” ne è l’esempio: “L’altra mattina passeggiavo col mio amico Riccardo. A un certo punto salta fuori che quest’uomo è gay. La mia reazione incontrollabile mi portò all’ospedale”. Chiude “L’inesatto perché”. Io mi sa che cambio posto. “Senza titolo…” è un disco irriverente. Nei testi e nella musica. I Fratelli Calafuria scardinano il concetto di forma-canzone. Scardinano il concetto di stile musicale. Ammettendo candidamente di non sapere il perché. “Ci vuole stile per andare in manicomio yeah!” (da “La nobile arte”)…e i Fratelli Calafuria, nel manicomio, ci sono dentro fino al collo.
voto: 9/10

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